La compassione… per evitare il “burnout”.

La “sindrome del burnout” è un tipo specifico di disagio psicofisico, generalmente definito come sindrome da esaurimento emotivo.

Il termine burnout in italiano si può tradurre come “bruciato”, “scoppiato”, “esaurito”, ed è apparso la prima volta nel mondo dello sport, nel 1930, per indicare l’incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, di ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti.

Il termine è stato poi ripreso dalla psicologa americana C. Maslach nel 1975, la quale ha utilizzato questo termine per definire una sindrome i cui sintomi evidenziano una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale.

Il burnout colpisce, infatti, in misura prevalente coloro che svolgono le cosiddette professioni d’aiuto. Ma anche coloro che, pur avendo altre occupazioni, entrano continuamente in contatto con persone che vivono stati di disagio o sofferenza (ad esempio il familiare di una persona anziana affetta da Alzheimer).

In tali condizioni può succedere che queste persone si facciano eccessivo carico dei problemi delle persone di cui si prendono cura, non riuscendo più a discernere tra la propria vita e da quella dei loro assistiti oppure non riuscendo più a prendersi del tempo per sè.

Anche se non siamo professionistə operanti nell’ambito della salute o dell’aiuto alla persona nè abbiamo persone fragili a nostro carico, in questo periodo di pandemia siamo, comunque, tuttə statə sottopostə al rischio di burnout a causa del sovraccarico di notizie riguardanti storie di dolore, con un forte senso di impotenza e disorientamento di fronte alla situazione, mancanza di una comunità di sostegno e supporto con cui condividere il nostro dolore, ed eccessiva identificazione con le storie che ci sono state quotidianamente presentate dai media.

Cosa possiamo fare per evitare l’esaurimento emotivo?

Le recenti ricerche neuroscientifiche hanno evidenziato una differenza a livello cerebrale tra due atteggiamenti mentali: l’empatia e la compassione.

L’empatia viene attivata dal meccanismo dei neuroni specchio e altre strutture cerebrali connesse, che ci permettono di “sentire” quanto l’altra persona sta provando. Come afferma nel seguente video il professor Giacomo Rizzolatti (che con la sua equipe dell’Universtità di Parma ha scoperto i neuroni specchio): “Il dolore tuo è anche il dolore mio”.

La compassione, invece – come scrive lo psichiatra Daniel Siegel nel libro Diventare consapevoli – è “accorgersi della sofferenza di un’altra persona, immaginare come poterla alleviare e poi cercare di aiutare quella persona a sentirsi meglio”.

In verità i due atteggiamenti non sono nettamente distinti e separati, in quanto uno include l’altro: la compassione presuppone l’empatia.

Aggiunge Daniel Siegel:

la compassione probabilmente non sarebbe possibile senza l’empatia, la quale ci consente di entrare in sintonia con la vita interiore degli altri, con le loro emozioni e con la loro esperienza soggettiva.

Però il solo sentire ciò che l’altro prova (specie se forte e doloroso) può divenire problematico e molto limitante.

Nel libro La meditazione come cura lo psicologo statunitense Daniel Goleman scrive:

Se ciò che sentiamo ci turba, troppo spesso la nostra risposta immediata consiste nel distogliere la nostra attenzione, cosa che ci aiuta a sentirci meglio ma che blocca l’azione compassionevole.

In un interessante studio da lui condotto, ad alcuni studenti di teologia fu detto che sarebbero stati valutati su un sermone di prova. A metà di loro era stata data una selezione casuale di argomenti biblici, mentre all’altra metà era stata assegnata la parabola del buon samaritano, l’uomo che si era fermato per aiutare uno sconosciuto che giaceva ai margini della strada mentre le altre persone gli passavano accanto indifferenti. Una volta pronto il loro sermone, gli studenti dovevano antrare uno alla volta in un altro edificio per essere valutati. Mentre attraversavano il cortile per andare nella sala dell’esame, passavano accanto a un uomo piegato su se stesso che si lamentava in preda al dolore. E quasi nessuno di loro si fermò a prestargli soccorso. Il risultato fu sconcertante e portò Goleman e il suo team a cercare di capire meglio, come lui stesso racconta nel seguente TED:

Può anche capitare che, invece di riffugire situazione di dolore, ne restiamo profondamente scolvolti, con un forte senso di impotenza e coinvolgimento emotivo che rischiano di gettarci nel burnout.

Goleman riporta uno studio svolto presso l’Istituto Max Planck di Lipsia che rivelò un meccanismo cerebrale interessante. Scrive:

Quando i volontari vedevano dei filmati di persone sofferenti si attivavano soltanto i loro circuiti negativi per l’empatia emozionale: i loro cervelli, cioè, riflettevano lo stato di sofferenza delle vittime come se stesse capitando a loro stessi. Ciò lasciava in loro una sensazione di turbamento, un’eco emozionale di pena che si trasferiva dalle vittime agli spettatori.

Anche la ricercatrice Tania Singer – come riporta Daniel Siegel nel libro Diventare consapevoli – evidenzia, dai dati emersi dagli esperimenti fatti con diversi volontari, come “il fatto di favorire lo sviluppo soltando della risonanza emotiva potesse causare sofferenza psicologica”. E aggiunge lo stesso Siegel:

La risonanza empatica da sola – ossia il sentire la sofferenza dell’altro… senza la capacità di differenziare adeguatamente se stessi dalla sofferenza altrui – può portare all’esaurimento psicofisico noto come burnout. Si tratta di una potenziale conseguenza negativa dell’entrare in sintonia con gli altri, senza la capacità di collegamento e anche di differenziazione dall’altro. In altri termini, rischiamo una identificazione eccessiva e una disconnessione emotiva.

Come possiamo stare di fronte alla sofferenza dell’altro senza venirene trascinati e rischiare di andare in burnout ma trovando modi per aiutare fattivamente l’altra persona?

Daniel Goleman, nel libro La meditazione come cura, riporta di un esperimento svolto dal professore di psicologia e psichiatra Richard Davidson:

I cervelli di alcuni volontari sono stati scansionati prima e dopo due settimane o di addestramento alla compassione (pensare agli altri) o di riconsiderazione cognitiva (una pratica nella quale i soggetti, concentrati su se stessi, vengono istruiti a pensare in modo differente alle cause di eventi negativi). I loro cervelli sono quindi stati scansionati mentre venivano presentate delle immagini di sofferenza umana. Al termine della scansione, hanno giocato al Gioco della redistribuzione, dove all’inizio hanno visto un «dittatore» imbrogliare una vittima dandogli solo un misero dollaro anziché dividere in parti eque dieci dollari. Il gioco consentiva quindi ai volontari di dare fino a cinque dollari del loro denaro alla vittima, e le regole imponevano al dittatore di consegnare a sua volta alla vittima il doppio di quella somma. Ne è emerso che i soggetti che erano stati addestrati nella compassione davano alla vittima quasi il doppio di quanto le veniva donato dai membri del gruppo che avevano imparato a riconsiderare i loro sentimenti. Inoltre, il loro cervello mostrava un incremento dell’attivazione nei circuiti associati all’attenzione, all’assumere i punti di vista altrui e ai sentimenti positivi.

Aggiunge poco più avanti lo stesso Goleman:

La coltivazione di una preoccupazione amorevole per il benessere degli altri comporta un sorprendente beneficio senza eguali: assieme alla compassione si attiva anche il circuito cerebrale per la felicità. La gentilezza amorevole rafforza inoltre le connessioni tra i circuiti del cervello per la gioia e la felicità e la corteccia prefrontale, una zona critica per quanto riguarda la guida del comportamento. E quanto più cresce la connessione fra queste regioni, tanto più una persona che segue l’addestramento alla meditazione di compassione compassione diventa altruista.

Quindi, se, da un lato, la sola risonanza empatica con l’altra persona ci esaurisce, dall’altro la compassione, che mette in moto in noi la sollecitudine amorevole, produce in noi felicità. E’ ciò che proviamo quando per esempio ci dedichiamo al volontariato e abbiamo la sensazione di “aver ricevuto più di quanto abbiamo donato”.

Come afferma anche il monaco buddhista e scienziato Matthieu Richard, nel libro Diventare consapevoli:

Naturalmente, il punto non è sbarazzarci dell’empatia: dovremmo continuare a essere consapevoli delle emozioni delle altre persone. Però abbiamo bisogno di collocare l’empatia nello spazio più ampio dell’amore altruistico e della compassione. Questo spazio sarà una protezione dalla sofferenza empatica. Essendo stati mentali positivi, l’altruismo e la compassione rinvigoriscono il nostro coraggio e ci danno le risorse per affrontare in modo costruttivo la sofferenza altrui.

Ma cosa differenzia la compassione dall’empatia?

Lo psichiatra Daniel Siegel pone in evidenza l’importanza della compresenza in noi della capacità di collegamento e, simultaneamente, di differenziazione dall’altro: non è sufficiente “sentire” l’altro (collegamento); è anche importante mantenere l’alterità dell’altro (differenziazione).

Se, da una parte, eliminassi il primo aspetto, potrei diventare cinico e freddo; dall’altra parte, se solamente mi identificassi con ciò che l’altra persona prova, potrei cadere nella sindrome del burnout.

L’allenamento mentale tipico della meditazione ci permette, da una parte di creare uno spazio di osservazione interno rispetto alle emozioni altrui che “risuonano” dentro di noi; dall’altra, queste pratiche di osservazione mentale ci permettono di attivare circoli neurali differenti rispetto a quelli attivati dall’empatia emozionale, che ci permettono di non identificarci con le emozioni che sorgono in noi di fronte all’altra persona e, quindi, di restare protesi verso di lei e prenderci concretamente cura della sua situazione in modi efficaci.

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Mario Bonfanti
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