Ci troviamo in un tempo pieno di sfide: il cambiamento climatico, i fondamentalismi e le polarizzazioni sempre più diffuse e trasversali, il divario socio-economico tra pochi super-ricchi e moltitudini di moltitudini sempre più povere, l’aumento delle disuguaglianze di genere, numeri impressionanti di violenza contro le donne, lo sfruttamento dei minori, le cosiddette “morti bianche”, l’abuso di potere e la contrazione della democrazia anche in continenti sedicenti civili…

Di fronte a queste e le molte altre sfide odierne è facile provare un senso di oppressione e impotenza.

Sensazioni lecite e naturali, di fronte alle quali, però rischiamo di reagire aggredendo o ritirandoci: alcune persone diventano nervose, irascibili, irritabili; altre si rassegnano, si adeguano, rinunciando ad ogni possibile soluzione.

Entrambe le direzioni sono comprensibili e lecite. Insieme tutte e due contengono il medesimo rischio: re-agire alle sfide, facendosi sballottare dai marosi del momento presente, senza tenere salda la bussola della propria personale rotta.

Non è facile essere sè stessi in queste condizioni, nel bel mezzo di una tempesta globale. Non c’è isola felice dove potersi rifugiare e dove poter rifuggire dal tornado che devasta e trasforma il mondo.

Che fare?

Il primo passo, apparentemente assurdo, è restare. Invece che re-agire e scattare come se toccati sul vivo di una ferita, può essere utile fermarmi e osservare: cosa sta reagendo in me? cosa di me è stato toccato sul vivo? cosa sta reagendo in me, prendendo in mano la mia vita e conducendola lontano? Questo passo non è affatto semplice; ma è fondamentale: mi chiede lo sforzo di inibire la mia personale reattività e trattenermi da fare qualunque cosa. Sto fermo. Respiro. Non agisco. E, paradosalmente, proprio per questo agisco in una direzione più utile e funzionale.

Il secondo passo, anche questo molto importante e difficile insieme, consiste nello spostare volontariamente la nostra attenzione. Se restiamo focalizzati solo sulle sfide odierne, rischiamo di essere come sballottati da forze più grandi di noi: il solo pensare a quanto da decenni sta accadendo nel mondo e sta deteriorando significativamente la qualità delle nostre vite e minacciando le generazioni future, ci fa provare un enorme senso di sopraffazione. Ci sentiamo invasi e devastati da una moltitudine di sentimenti turbolenti che passano dalla paura e angoscia alla rabbia e furia, per transitare attraverso l’impotenza, la depressione e profonda frustrazione. Solo per citarne alcuni. Abbiamo bisogno di respirare a fondo e portare la nostra consapevolezza al corpo, al senso di radicamento nella vita, al baricentro della nostra esistenza, a ciò che ci tiene saldi nel qui ed ora e apre una visione verso cui desideriamo andare.

Il monaco zen Thich Nhat Hanh, recentemente scomparso, nel libro Paura. Supera la tempesta con la saggezza ci ha offerto questo semplice esercizio, basato sull’osservazione di un albero:

Quando durante una tempesta guardate un albero, vedete che i rami e le foglie sono sospinti violentemente avanti e indietro dal vento impetuoso. Vi sembrerà quasi che l’albero non riesca a opporsi alla tempesta. Anche noi siamo così, quando siamo in preda a una forte emozione: come l’albero ci sentiamo vulnerabili, possiamo spezzarci da un momento all’altro. Ma se rivolgiamo l’attenzione al tronco dell’albero, le cose ci appaiono in modo diverso: ci accorgiamo che l’albero è saldo e ben adicato nel terreno. Se ci concentriamo sul fusto, ci renbdiamo conto che, poichè l’albero è profondamente radicato nella terra, non potrà essere spezzato via dal vento. Ognuno di noi è come quell’albero. Quando la tempesta delle emozioni ci travolge, non dovremmo fermarci nel punto in cui è più violenta: al livello del cervello o del petto. Se siete sopraffatti da emozioni forti, non restate dove siete: è troppo pericoloso. Spostate l’attenzione in basso, verso l’ombelico – ossia il tronco, la parte più salda del vostro essere – e praticate la respirazione consapevole.

Nella Comunicazione Nonviolenta questo significa ri-posarci dentro di noi e portare consapevolezza ai bisogni/valori che sono vivi in questo momento di fronte a quanto sta accadendo nel mondo. Concretamente vuol dire chiedersi: quello che vedo e sento avvenire, come mi fa stare? quali sentimenti smuove dentro di me? dove li sento? in quale parte del corpo? e di quali bisogni mi parlano? quali miei valori vorrei coltivare e far crescere nel mondo, a fronte di quanto vedo accadere nell’oggi?

Lascio aperte a chiunque legge queste domande. E lascio a voi l’interiore personale risposta.

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Mario Bonfanti
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