Tuttə noi desideriamo amare ed essere amatə. E facciamo del nostro meglio per soddisfare questo bisogno umano fondamentale, in tutte le relazioni che intessiamo nella nostra vita.

Purtroppo, però, a volte proprio questi sono i luoghi dove avvengono gli strappi peggiori, le ferite più dolorose, le delusioni più amare. Non sempre per esplicita volontà di una delle parti. Spesso e più frequentemente per sottili incomprensioni, progressivi fraintendimenti, aspettative disattese, desideri non esplicitati, frustrazioni non espresse, parole non dette, scarsa chiarezza comunicativa, ecc.

La sofferenza che proviamo a volte è davvero molto grande: ci eravamo fidatə e affidatə; e ora ci sentiamo come profondamente traditə, incompresə. Abbiamo la sensazione che qualcosa si sia rotto o incrinato.

È possibile guarire queste ferite e andare oltre? Come possiamo superare il dolore tra di noi?

Vorrei proporre alcuni spunti presi da due libri, brevi ma molto intensi: Superare il dolore tra noi di Marshall B. Rosenberg e Trasformare la sofferenza di Thich Nhat Hanh.

Parto dallo psicologo statunitense. Nel libro citato egli scrive:

La maggior parte della gente pensa che si debba capire il passato per poterne guarire e che per capire si debba raccontare come si sono svolti i fatti. In questo modo si confondono la comprensione intellettuale e l’empatia. L’empatia è il cardine attorno al quale ruota la riconciliazione. Raccontare la storia di ciò che è accaduto ci dà la comprensione intellettuale sul perchè quella persona ha fatto ciò che ha fatto, ma è un’altra cosa rispetto all’empatia e non offre alcuna guarigione spirituale. Anzi, raccontare di nuovo la storia risveglia il nostro dolore. È come riviverlo di nuovo.

Quando siamo feritə e arrabbiatə con l’altra persona, è facile cadere nella trappola descritta da Rosenberg. Il dolore per la ferita subita ci porta a reagire: pretendiamo che l’altra persona ci spieghi cosa l’ha portata a comportarsi in quel modo terribile con noi. Pretendiamo delle spiegazioni; e, poi, anche delle scuse, come se questo potesse placare il nostro dolore.

Dimentichiamo che l’altra persona non è l’origine nè la causa del nostro soffrire. Uso una metafora per spiegare meglio: è come se l’altra persona avesse toccato una ferita sulla nostra pelle. La ferita c’era già: non è stato l’altrə che l’ha provocata. Ha solo (forse sbadatamente o inavvertitamente) urtato quella nostra ferita. A volte l’ha toccata apposta; è vero. Ma quel taglio non dipende dall’altra persona. C’era già. Quindi, chiedere perchè l’abbia fatto e cercare di capire cosa l’abbia spintə a urtarci non guarisce affatto la nostra ferita. Non è un rimedio saggio. Anzi: rivangare il passato spesso aumenta la nostra sofferenza, invece che alleviarla; è come continuare a metterci dentro il dito. Non si rimargina più in questo modo.

Cosa possiamo fare, allora, di diverso?

Rosenberg prosegue, dicendo:

La prima cosa da ricordare è quella di mettere l’accento su ciò che è vivo ora, non su ciò che è accaduto in passato (…) La prima fase della guarigione implica dare empatia a ciò che è vivo in questo momento in relazione a quello che è successo.

Rivangare il passato non solo non serve, ma può essere fuorviante e pericoloso. Come, infatti, hanno dimostrato le neuroscienze, la nostra memoria è sempre selettiva e creativa: non ricordiamo tutto, ma solo alcune cose che vagliamo (più o meno consciamente). Anche ciò che riportiamo a consapevolezza è sempre ri-costruito; e, se contiene certamente frammenti di realtà (fatti e parole “oggettive”), essi sono sempre assemblati in maniera soggettiva (e a volte anche fantasiosa). Non ha, quindi, alcun senso ricostruire l’oggettività dei fatti, in quanto questi sono sempre vissuti soggettivi. Ritornare al passato, quindi, non serve a fare chiarezza. Anzi, spesso confonde, complica le cose e crea maggiore tensione e conflittualità all’interno delle relazioni. Ciò a cui è, invece, essenziale prestare attenzione è l’adesso, il momento presente, ciò che è vivo ora in ciascuno di noi: cosa proviamo entrambi adesso, in friferimento a ciò che è successo in passato? Quali pensieri vanno e vengono nella nostra mente come nuvole nel cielo? Quali emozioni si muovono e agitano dentor di noi come onde del mare?

È ciò che ci invita a fare Thich Nhat Hanh, quando scrive nel libro sopra citato:

La presenza mentale è il modo migliore per stare con la propria sofferenza senza esserne sopraffatti. La presenza mentale è la capacità di dimorare nel momento presente, di sapere che cosa ci succede nel qui ed ora.

E poco più avanti il monaco vietnamita invita ad allenarci a questa semplice pratica:

Quando la sofferenza si manifesta la prima cosa da fare è fermarsi, seguire il respiro e riconoscerla, non cercare di negare le emozioni scomode o di reprimerle. Inspirando so che la sofferenza è presente. Espirando saluto la mia sofferenza.

Inspiro ed espiro e mi ripeto mentalmente queste o altre parole che mi possono aiutare a non reagire.

Sicuramente tutto questo non è facile. Ci richiede molta disciplina e allenamento costante.

Infatti, il dolore, e la conseguente rabbia, ci inducono ad agire subito come per istinto. Il nostro cervello vive l’altrə come una minaccia e, quindi, attiva il sistema reattivo fight-flight-freeze (attacco-fuga-paralisi): un sistema arcaico legato alla sopravvivenza che innesca in noi azioni repentine non mediate a livello conscio. L’altra persona, però, anche se ha toccato una nostra ferita, non è una bestia feroce affamata pronta a sbranarci. Anche se a volte la viviamo proprio così e, quindi, reagiamo istintivamente.

Se vogliamo superare il dolore tra noi e guarire le nostre ferite è, dunque, fondamentale che inibiamo questo meccanismo reattivo e portiamo consapevolezza e scelta nelle nostre risposte: ci tratteniamo, osserviamo l’istinto reattivo presente in noi, poi respiriamo e scegliamo come rispondere in modi più utili e funzionali alla situazione.

È ciò che ci invita a esercitare Thich Nhat Hanh attraverso la pratica della presenza mentale; suggerendoci anche un mantra (da ripetere mentalmnete a se stessi mentre l’altra persona sta parlando oppure da esprimere ad alta voce dopo che ha terminato) che potrebbe esserci utile per allenarci a restare in ascolto, senza reagire: “So che stai soffrendo. Per questo sono qui per te“.

Assumiamo, cioè, un atterggiamento di ascolto empatico verso l’altra persona.

Facciamo innanzitutto chiarezza sul termine “empatia”. Dare empatia all’altrə non vuol dire dare ragione o essere d’accordo. Significa “essere con” l’altra persona, restando se stessə.

Scrive Rosenberg nel libro sopra citato:

Con l’empatia siamo con l’altra persona (…) Siamo con lei mentre prova i suoi sentimenti. Se ci distogliamo dall’altra persona per un secondo, possiamo notare che noi abbiamo dei sentimenti forti (…) Essi ci dicono che non siamo più con l’altra persona. Siamo rientrati in noi stessi. Quindi ci diciamo: Torna dall’altra persona.

L’empatia ci chiede di restare focalizzatə con tutta la nostra attenzione sull’altra persona, apertə e interessatə ad ascoltare ciò che è vivo in lei, senza farci distrarre da ciò che si muove e reagisce in noi, toccato o stimolato dalle parole altrui. Per fare questo è necessario allenarsi a non prendere mai sul personale ciò che l’altrə dice, anche quando vi è dell’energia di rabbia oppure dalla sua bocca escono parole di giudizio nei nostri confronti; mi aslleno – come dice Rosenberg verso la fine del seguente video – a interpretare le parole altrui come una finestra sul suo mondo: l’altrə in questo momento sta soffrendo e le sue parole portano con sè l’intensità di questo suo dolore. Non ci lasciamo travolgere da questa forza. Non ci sentiamo in colpa. Non reagionamo. Ma ascoltiamo il suo dolore.

Ovviamente a nessunə di noi viene chiesto di essere supereroə.

In primo luogo, sarà normale che qualcosa in noi reagisca. E va bene così. Cio che conta è allenarci a ritornare all’altrə, non appena ce ne accorgiamo. Come scrive Rosenberg nel libro Preferisci avere ragione o essere felice?:

L’empatia è davvero il dono più prezioso che possiamo offrire. Penso che non riusciamo a reggere a lungo tale presenza. Ma va bene così. Quando mi accorgo che la mia mente si mette in moto, mi dico con gentilezza “Respira e ritorna all’istante presente”.

In secondo luogo, non dobbiamo mai obbligarci ad ascoltare o dare empatia all’altra persona, specie se in noi si è risvegliata una sofferenza acuta. Aggiunge, infatti, Rosenberg nel libro Superare il dolore tra noi:

Se il nostro dolore è troppo grande, non riusciamo ad entrare in empatia. Quindi possiamo dire all’altro: In questo momento provo tanto dolore nel sentire alcune cose che hai detto e non sono in grado di ascoltare. Puoi darmi un attimo per affrontare questo dolore in modo che possa poi tornare ad ascoltarti?

Possiamo tornare al nostro respiro e praticare la presenza mentale, possiamo fare un attimo di pausa, bere un bicchiere d’acqua o una tisana, andare in bagno e sciacquarci la faccia, uscire alcuni minuti a fare due passi… qualsiasi cosa ci possa essere utile per lasciar andare il dolore o la rabbia che si sono risvegliate in noi, per, poi, tornare ad ascoltare pienamente l’altrə. Ma non dobbiamo mai obbligarci a restare lì: l’empatia, infatti, non è un precetto morale, ma un dono.

Thich Nhat Hanh, rispetto all’importanza dell’ascolto, prosegue scrivendo:

Ascoltare, più che parlare, è il modo più efficace di mostrare all’altro compassione. Hai un’opportunità di praticare l’ascolto profondo e compassionevole: saper ascoltare l’altro con compassione sarà come un balsamo guaritore per la sua ferita. La pratica dell’ascolto compassionevole ha un unico scopo: dare all’altro l’occasione di esprimersi apertamente e di soffrire di meno.

Questo ascolto ci chiede di restare in silenzio mentre l’altra persona parla, per lasciare che si possa esprimere fino in fondo, senza interruzioni. Ci chiede anche di lasciare da parte, come dicevamo sopra, le nostre reazioni interne, i commenti che ci vengono in mente, i pensieri reattivi (di giustificazione, spiegazione, scusa, accusa, contattacco, ecc.). E ci chiede, soprattutto, di tenerci saldamente ancorati al vero proposito e intento dell’ascolto. Aggiunge il monaco tibetano:

Mantieniti saldo nel tuo vero proposito e ricorda a te stesso: Ascoltando in questo modo, il mio unico scopo è aiutare l’altro a soffrire di meno. Avrà anche molte percezioni sbagliate – può darsi – ma non lo interromperò. Se mi butto nel discorso con la mia visione delle cose o lo correggo diventerà un dibattito e non una pratica di ascolto profondo. Magari un’altra volta avrò occasione di offrirgli di offrirgli qualche informazione perchè possa correggere le sue percezioni sbagliate. Ma non adesso. Questo genere di presenza mentale ti aiuta a tenere viva la compassione e ti protegge, impedendo che in te si scateni il seme della rabbia.

Conclusione.

Vi ho presentato alcuni spunti presi da due grandi autori. Dei suggerimenti semplici e non facili: sono, infatti, semplici e attuabili da chiunque, ma, insieme, richiedono molta pratica e tenacia; è più facile, durante una iterazione tesa e carica di sofferenza, reagire e scivolare in un botta e risposta inconcludente e frustrante, che rischia di deteriorare ulteriormente la relazione già incrinata. Praticare la presenza mentale al momento presente e l’ascolto empatico ci chiedono molto esercizio. Per questo può essere utile farsi aiutare da un mediatore, da una persona che aiuta le parti a fermare sul nascere le reazioni disfunzionali, che crea e custodisce uno spazio di parola e ascolto reciproci, che guidi a restare ancorati al qui ed ora. Se sentite di avere bisogno di questa figura per superare il dolore tra voi, contattatemi via mail (m.bonfanti@esserese.net) o con un messaggio su whatsapp (3287882410).

Chiudo con le parole di Thich Nhat Hanh: “Quando pratichiamo coscientemente l’ascolto profondo e la parola amorevole, si aprono per noi grandi possibilità di guarigione“.

Default image
Mario Bonfanti
Articles: 11

Leave a Reply