Tornare a casa… nel corpo

In questo ultimo anno siamo stati invitati a utilizzare la modalità lavorativa smartworking. Per alcuni di noi una vera e propria novità; per altri, invece, si è trattato di incrementare un uso già abituale. Anche la maggior parte degli alunni si è trovata costretta in DAD (didattica a distanza) per parecchi mesi. E ancora oggi diverse categorie di lavoratori vengono spronate a proseguire in questa modalità di lavoro.

Se lo smartworking è stato (e può ancora essere) una risorsa per molti, insieme contiene un insidioso pericolo: a furia di stare davanti ad uno schermo, rischiamo di perdere la dimensione corporea della nostra esistenza e delle relazioni. Rischiamo di perdere l’esperienza sensoriale e la percezione stessa di essere in relazione (col nostro corpo, con le altre persone, con la natura, col mondo).

Come dice ill monaco vietnamita Thich Nhat Hahn nel libro Ogni istante è un dono: “quando sei impegnato con il computer per ore ed ore dimentichi completamente di avere un corpo“. Siamo così concentrati sul lavoro che stiamo facendo, nella riunione in cui siamo coinvolti, sul progetto da ultimare al più presto possibile… che perdiamo la percezione del nostro corpo.

E rischiamo anche di avere la falsa percezione di essere al sicuro, immuni e salvi. Ma se stare a casa può diminuire diversi rischi, un contagio ben peggiore sta uccidendo la nostra anima: stiamo perdendo il contatto con la terra, con il corpo, con la vita.

Stiamo anche rischiando di non vivere l’adesso, l’ora, continuamente proiettati verso il futuro. E così non viviamo.

Sempre nello stesso libro, Thich Nhat Hahn aggiunge: “Molti di noi pensano che soltanto quando avremo questo o quello, soltanto quando la situazione cambierà, soltanto allora potremo essere felici (…) Sacrifichiamo l’ora che è così preziosa per un poi che non arriva mai”. E questo produce continuo stress, ansia, aspettative (disattese), frustrazione, rabbia…

Ma “la vita è qui, ci sta aspettando questo stesso giorno, più che mai” (Thich Nhat Hahn).

C’è una poesia di William Blake che così recita:

Vedere un mondo in un granello di sabbia
e un cielo in un fiore selvatico
Tenere l’infinito nel palmo della mano
e l’eternità in un’ora.

Il poeta inglese ci invita a posare lo sguardo su cose apparentemente piccole e insignificanti: un granello di sabbia o un fiore selvatico o il palmo di una mano… per scoprire che proprio qui c’è un mondo, l’universo, l’eternità.

Blake ci invita a tornare al nostro corpo, ai nostri sensi, all’esperienza immediata (cioè diretta, non mediata da uno schermo) con la realtà. Perchè, prosegue Thich Nhat Hahn: “Il tuo corpo può dirti tutto quello che c’è da sapere sull’universo, lo spazio infinito e il tempo senza fine (…) L’eternità è qui per essere toccata in ogni istante”.

Non stiamo parlando di qualcosa di metafisico o religioso. Ma dell’esperienza chiara e immediata dell’essere vivi in relazione.

Il granello di sabbia e il fiore selvativo e il palmo della nostra mano, tutto, proviene dall’unico Universo, plasmati dalla stessa Terra. La nostra mente ci illude di essere separati e distinti gli uni dagli altri; ma in realtà siamo uno, siamo in relazione. Sempre.

Stare a lungo davanti a un computer, comunicare solo attraverso strumenti virtuali, senza il coinvolgimento dei sensi (senza gli odori dei corpi, il contatto di mani e abbracci, l’energia elettromagnetica della vicinanza fisica, ecc.) rischia impoverirci e farci perdere il gusto della relazione viva.

Cosa possiamo fare? Come modificare la situazione per evitare queste derive?

Thich Nhat Hahn, nel libro sopra riportato, suggerisce: “Devi svegliarti! Svegliarti alle meraviglie dentro e intorno a te“.

Perchè non cogliere questo invito del monaco vietnamita, insieme al suggerimento di William Blake, e andare a camminare in natura il più spesso possibile, e uscire di tanto in tanto dalle nostre case (fosse anche solo per dieci minuti) per fermarci a osservare un semplice fiore di campo, ammirarlo, annusarlo, scrutarlo con la curiosità di un bambino e godere l’eternità di quest’ora, proprio adesso?

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Mario Bonfanti
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